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La propositura di San Michele a Carmignano -


La propositura di San Michele a Carmignano

Da "chiese del Montalbano e i loro luoghi" di Arrigo Cecchi, Attucci Editrice.

La chiesa che i carmignanesi avevano inizialmente dedicata a San Michele Arcangelo non è l’attuale propositura, ma quella che esisteva un tempo in un pianoro sotto la cima della collina e le mura della Rocca, della quale si presume sia stata eretta attorno al 1100, probabilmente chiesa di carmignano da una folta schiera di gente di origine longobarda che in quell’epoca presidiava il nostro territorio comunale dalle rive dell’Ombrone e dell’Arno. Nella parte alta della collina del castello, sotto il dominio dei pistoiesi, per loro devozione, era stato costruito un tempio dedicato a San Jacopo. Di questa chiesa e di quella posta più in basso di San Michele non esiste più traccia. Al posto di quest’ultima, abbandonata nel 1749. esiste una casa colonica che porta il nome di Pieve Vecchia.
La chiesa dedicata oggi a San Michele, e della quale parlerò in seguito, è quella che in un primo tempo fu dei francescani, si ritiene sia stata fondata da Bernardo da Quintavalle, uno dei primi seguaci (si dice, anche, ne fosse il luogotenente) di San Francesco d’Assisi. I francescani come narrano alcuni documenti di storia, giunsero a Carmignano nel 1211, e con innata umiltà montarono alcune capanne dove la collina, più in basso, concedeva più respiro in mezzo ad un magnifico bosco di castagni. con numerose polle zampillanti di acqua freschissima. Nel folto del bosco come racconta il canonico carmignanese Mario Spinelli sulle notizie della parroc­chia di San Michele Bernardo da Quintavalle edificò un monastero (detto la Compagnia di San Luca) e i poverelli scalzi eressero una chiesa che fu poi dedicata a San Francesco d’Assisi.
Dopo quasi un secolo e mezzo di vita, cresciuti di numero e smesso di predicare all’aperto, organizzarono la "Sacra povertà" con pietra e calce ed edificarono una grande chiesa, e si era già nel 1349. La chiesa l’esemplarono su quella di Assisi:
spaziosa perchè fatta per accogliere il popolo, semplice perchè fosse comprensibile a tutti, severa perchè se ne portasse rispetto, non il portico, non gli altari vanitosi; gotica. quindi, senza parti ornamentali e orpelli inutili; poche finestre e strette, una chiesa a una sola navata, sobria, casta, quale la povertà nelle mani dei conventuali. come sinonimo di puro stile francescano.
Poi, dal 1631 al 1771 i frati che ormai leggevano libri e conversavano nelle ville, reputandosi accultati, tolsero le ingenue fasce narrative a questa deliziosa chiesa abbozzata e la fecero crescere a forza: più formosa, più carica. Misero a tutto sesto l’arguzia degli archi ogivali, stagliarono nei muri precisi rettangoli, montarono sulle pareti pulite eleganti altari coi nomi dei ricchi donatori. chiusero il soffitto con una volta impastata di calce. Insomma, la chiesa a poco a poco perse la sua grazia genui­na, per una composizione vanitosa fatta di pietra serena e di calce e le diedero uno W U stile di sapore barocco, con una pala che il Pontormo (Jacopo Carrucci) dipinse nel 1530. Di quei ricchi signori che pagarono per erigere gli altari restano ancora oggi i nomi e stemmi e dediche: di quell’uno che non pagò per l’altare dove fu posta la pittura del Pontorrno, che resta uno dei capolavori dell’artista di Empoli, e che è pelIlegrinaggio continuo di artisti, appassionati di arte e pittura medievale, collezionisti nazionali e stranieri, di studenti di Accademie di tutto il mondo, non si conosce il nome. Sotto la pala che rappresenta La Visitazione sta scritto semplicemente:
D.O.M. e più sotto A.S. MDCCXXXX.
I francescani costruirono ancora il chiostro, su moduli rinacimentali; la parte Nord nel 1600, la parte Sud nel 1700. Poi, i frati, nel 1782, furono estromessi dal governo, con le leggi contro gli ordini religiosi, e la chiesa diventò parrocchùtle. il convento, canonica, ed ereditando la denominazione di San Michele, dalla distruzio­ne di quella primaria sotto le mura della Rocca; così il Santo debellatore dei demoni tornò, per volere del popolo, il Patrono dei carmignanesi.
Nel 1937 la chiesa, fino allora pievana, ebbe il titolo di propositura. Nel 1948 la chiesa presentava uno stato di pericolosa gravità; sotto la sapiente mano del propo­sto don Frati, fu sgravata da appesantimenti ritenuti inutili, per ritornare alla sempli­cità. Poi ancora nel 1963, il nuovo proposto don Domenico Giandonati continuò l’o­pera con nuovi restauri riducendo la scenografia settecentesca, semplificando l’alta­re maggiore, costruendo una nuova balaustra, riducendo l’umidità dalle pareti, mise in opera un adeguato impianto fonico ed elettrico, fu completamente nstrutturato il chiostro e rifatto il terrapieno ed adeguato nel bel mezzo da un pozzo molto prezio­so del 1662 appartenente alla famiglia Rucellai che si trovava sull’aia della casa colonica della Pieve Vecchia; e riportati alla luce alcuni affreschi del XV secolo.
Mi preme ricordare, infine, che negli anni ottanta il proposto don Aldo Magnarelli, succeduto a don Giandonati nel 1974. a proprie spese, ha proseguito alcuni lavori di rifinitura e pulitura al portale del chiostro e ultimamente al gran por­tale della chiesa. Nel 1989 su iniziativa e suggerimento di alcuni paesani come Mauro Bindi e Anna Nunziati, con il consenso di don Aldo Magnarelli, e con il con corso finanziario dell’Amministrazione Comunale, della Cassa di Risparmio di Prato e della Banca di Credito Cooperativo di Carmignano, è stato riportato al suo posto originale l’antico organo costruito da Gesuè Agati di Pistoia nel 1818, che fino dagli anni quaranta era stato depositato in malo modo in uno stretto stanzino die­tro laltare maggiore, il cui restauro e durato molti anni a cura della ditta specializza­ta Tamburini di Crema. L’organo ha ripreso a suonare con alcuni concerti tenuti da professori di fama mondiale, al cospetto di un pubblico numerosissimo con persona­lità del mondo musicale della Toscana, dell’America, Germania e Giappone. ripor­tando un successo che è andato al di là di ogni più ottimistica previsione.


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